Sabato 15 Dicembre 2018

GÉZA
tratto dall'opera teatrale di Jànos Hay

regia di Antonello Cossia,  Raffaele Di Florio,  Riccardo Veno
con gabriele benedetti
voci registrate di Antonello Cossia, Pina Cipriani, Raffaele Di Florio, Gigio Morra, Nunzia Schiano, Ludovica Zoina
adattamento del testo di Antonello Cossia
scene di Raffaele Di Florio
costumi di Stefania Virguti
musica di Riccardo Veno
montaggio video di Luca Gianfrancesco
organizzazione: Luigi Marsano

un ringraziamento particolare a  Marina Vergiani e Giuliano Longone per aver permesso di usare alcune immagini tratte Bagnoli: percorsi nell'ex acciaieria 1997-98

Spettacolo prodotto nell'ambito del progetto a Est scritture della nuova europa a cura di Roberta Carlotto, Mercadante  Teatro Stabile della Città di Napoli diretto da Ninni Cutaia

geza

“Il lavoro dei proletari, con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la divisione del lavoro ha perduto ogni carattere di indipendenza e quindi ogni attrattiva per l’operaio.
Questi diventa un semplice accessorio della macchina, un accessorio a cui non si chiede che un’operazione estremamente semplice, monotona, facilissima ad imparare.”
da Il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx 1848

Non tutti gli uomini che svolgono un lavoro simile per appartenenza di categoria, in special modo in questo momento storico, possiedono gli stessi diritti e vivono un’eguale condizione. Nel nostro caso parliamo di condizione operaia.

Leggendo “il povero Gèza” di Janòs Hày, la “condizione” di uguaglianza tradita e vituperata che il testo suggerisce, ha stimolato la nostra attenzione: l’essenzialità delle immagini, la secchezza dei dialoghi, la sequenza di scene in quadri, la capacità di evocare e raccontare una storia composita ed articolata, l’utilizzazione di figure simboliche, atemporali, che in scena riportano ad un contesto riconoscibile ed identificabile.

A questa prima sensazione, altri elementi di contatto con le caratteristiche ricorrenti della nostra pratica scenica, si sono aggiunti. Insomma, l’evidente “natura beckettiana” del testo ci ha sedotto, trasportandoci così nell’atmosfera suggerita dalle parole dell’autore.

Géza è un giovane al limite dell’autismo, il quale vive in un universo chiuso e un po’ speciale, incomprensibile per coloro che vivono nello stesso villaggio in cui egli abita con la madre. Intorno a lui, apparentemente, tutti desiderano il suo bene e quando si crea la possibilità di poterlo impiegare in una cava di pietra, comprata da un nuovo padrone - che vuole risparmiare sulla mano d’opera- i suoi amici anziani lo aiutano a dare un significato nuovo alla sua vita. Nessuno, però, comprende il sua “condizione”, così le buone intenzioni si trasformano in azioni di scherno che minano la sua labile natura. Un cerchio che si chiude come un lazzo intorno a colui che non è né malato, né matto, ma semplicemente ha una diversa percezione del mondo.

Abbiamo evidenziato nella nostra mise-en-espace, cercando di non tradire il testo di Hày,  ancora di più la figura del protagonista, lasciandolo completamente da solo. Le voci, i luoghi, le persone che sono intorno, appaiono in scena attraverso immagini proiettate, voci fuori campo, rumori della sua mente. Un dramma dell’incomprensione che unisce l’ingenuità del protagonista con il dolore pasoliniano de: “ la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi”.

Le immagini usate per raccontare quest’innocente delirio hanno come sfondo l’area industriale dell’ex-Italsider di Bagnoli.

Antonello Cossia,  Raffaele Di Florio,  Riccardo Veno


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